04/09/2026
Filati, T Talk
Insieme a Barbara Perchinella, il consulente per aziende del comparto maglieria, oltre ad essere parte del progetto KIP studio, è anche penna della rubrica di TBlog che offre risposte a domande legate al mondo del knitwear

Consulente per aziende che operano trasversalmente nel settore della maglieria, dalle filature alla progettazione, produzione e logistica; cattedratico in Tecnologia Tessile a Reggio Emilia e, in precedenza docente di Tecnologia Tessile all’ITIS di Carpi, Stefano Gelosini, firma della rubrica “La parola agli esperti” che esordirà a ottobre, è anche un inventore. A lui si deve la creazione di un sistema automatico basato sulla microscopia elettronica a scansione (SEM) per il riconoscimento delle miste lana-cashmere, tramite analisi di immagine. Un sistema che è stato successivamente brevettato da Max Mara.

Un percorso professionale, il tuo, che ha come filo rosso…il filo. Come e quando nasce la passione per il mondo dei filati?

Ho iniziato nei lontani anni ’83, quando ero un tecnico di campionario nell’allora maglificio tra i più grandi d’Italia: Umberto Severi di Carpi. L’azienda aveva più sedi, tra cui la filatura San Lorenzo e la ritorcitura per fibre continue Loria. Mi occupavo della programmazione delle macchine da maglieria, ma ero molto interessato a conoscere i filati perché, provenendo da una famiglia che lavorava i metalli, sapevo quanto fosse indispensabile conoscere il materiale con cui si lavora. Ho sempre pensato che la stessa cosa valesse per i filati: era – ed è – necessario conoscere i filati e le fibre e capire bene le loro caratteristiche per sviluppare progetti di valore.

Per dare forma a questa consapevolezza, utile si sono dimostrati alcuni ulteriori step professionale…

Si, dopo l’esperienza in Umberto Severi sono entrato in un laboratorio di analisi tessili e questo mi ha permesso di ampliare ulteriormente le mie conoscenze sulle materie prime. Con l’ingresso in Imax (Max Mara) come responsabile del controllo qualità dei filati ho successivamente potuto visitare numerose filature e raccogliere dati tecnici su diverse tipologie di filati tramite un sistema multi-tester, lo Yarntester, potendoli confrontare tra filature differenti a parità di tipologia di filato.

Il tuo percorso non si è arrestato però…

No, infatti, dopo dieci anni sono entrato in Fuzzi come Direttore Operations. Questo maglificio, oltre ai capi di maglieria, produceva anche tre diverse tipologie di filati, per cui mi occupavo dell’intero processo, dall’acquisto della materia prima alla produzione dei filati cardati, collaborando con i terzisti biellesi. Il mio percorso è però terminato approdando in EZ dove mi occupavo dei filati pettinati con lane superfini, fino a un micronaggio di 12,5 micron, tra le più difficili da utilizzare per filati con titoli fino a Nm 120.

Di tutte queste esperienze, quale ritieni sia quella che ti ha maggiormente formato e perché?

Ripensando al mio percorso, non c’è un momento in particolare. Direi che ogni tappa ha contribuito a completare le mie curiosità professionali, dall’esperienza in laboratorio a quella in Imax, dove ho lavorato sia con il laboratorio sia con l’ufficio acquisti. Anche Fuzzi ha rappresentato una pietra miliare perché mi ha permesso di seguire sia la produzione dei capi di maglieria, sia quella dei filati. Importante anche l’opportunità offertami in EZ, dove ho potuto lavorare sulla qualità estrema della Viçuna e delle lane superfini. Sicuramente con questa realtà ho potuto contare su una maggiore autonomia nella ricerca di soluzioni qualitative che in altre aziende erano meno richieste.

Come descriveresti il mondo dei filati oggi?

Rispetto al tempo delle mie prime visite a Pitti Filati, quando le filature erano davvero il pilastro centrale del mondo della maglieria, oggi è cambiato molto: tutto è diventato estremamente frenetico. Una frenesia che è stata trasmessa prima dagli uffici stile e poi dalle strutture commerciali che, con l’intenzione di riempire i negozi il più rapidamente possibile, hanno accelerato i ritmi del settore. Non a caso, attualmente, molti brand si trovano con margini erosi dalle rimanenze di capi invenduti.Per seguire questo trend, le filature hanno investito molto negli stock service, sostenendo investimenti importanti e talvolta poco remunerativi.

Esiste una soluzione a questa perenne rincorsa?

Penso sia necessario recuperare una maggiore razionalità e seguire meno la frenesia dei mercati, che spesso porta a dare segnali sbagliati.

Rispetto al passato come si è modificato il compatto e in che direzione sta andando?

Negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta non c’era abbastanza filato per soddisfare tutte le richieste dei maglifici e per questo motivo erano le filature a decidere a chi fornire il filo e molti maglifici, pur avendo gli ordini in mano, non riuscivano a produrre. In quel periodo le uniche realtà estere rilevanti si trovavano in Inghilterra per i cardati e in Germania per alcuni pettinati destinati alla tessitura. Per il resto, l’intera filiera era concentrata in Italia, dall’acquisto delle materie prime, come lane e cashmere, fino alla produzione di filati pettinati, cardati, filati fantasia, ai setifici di Como e alle filature di fibre sintetiche e artificiali. La situazione attuale è radicalmente diversa. Le produzioni dell’abbigliamento, in generale, si sono spostate in altre aree del mondo e con esse si sono trasferite anche molte produzioni di semilavorati.

Quale a tuo avviso la strada da imboccare per non perdere il passo?

Ritengo che la direzione per continuare a fare la differenza sia puntare su prodotti di alta qualità e sul servizio. Competere esclusivamente sul prezzo è molto complicato e richiede enormi energie.

Quali le criticità con cui il settore si trova a dover fare i conti?

La concorrenza è fortissima e gli investimenti necessari per una filatura sono molto importanti. Serve quindi una vera analisi di mercato per sviluppare prodotti capaci di attrarre i consumatori, in particolare quelli dei mercati asiatici.

Il mercato italiano ha punti di forza su cui può contare per approcciare il mercato in modo efficace?

Abbiamo nel nostro DNA la capacità di riconoscere ciò che rende un prodotto davvero diverso dagli altri. Tuttavia dobbiamo recuperare parte delle conoscenze che stiamo progressivamente perdendo. Dobbiamo uscire dall’idea che tutto sia standardizzato e spiegare che la lana non è una sola. È un po’ come il vino, esiste il vino sfuso ed esiste il Barolo: entrambi sono vini, ma hanno in comune soltanto il tipo di pianta da cui derivano.

Nella tua visione quale sarà il futuro del comparto?

Per rimanere dobbiamo fare ciò che gli altri non sanno fare. Combattere esclusivamente sul prezzo la vedo molto difficile. Servirebbero investimenti importanti per raggiungere grandi volumi produttivi, una prospettiva che oggi non vedo, soprattutto considerando i margini molto bassi e la forte frammentazione del mercato.

La soluzione?

Ricordo che nel periodo in cui lavoravo in Imax, una filatura propose un filato che ottenne un successo tale da non riuscire a soddisfare neppure un terzo delle richieste del mercato. Credo quindi che gli investimenti debbano essere indirizzati soprattutto allo studio e allo sviluppo di nuovi prodotti.

Una idea condivisa anche dalla tua partner nel progetto KIP Studio Barbara Perchinella. Come vi siete conosciuti e come è nata l’idea di collaborare?

Ci siamo conosciuti in In.Co. a Verrone. Io provenivo da Agnona, dove ero Direttore di Produzione della maglieria. Quando la produzione venne integrata nel maglificio fu necessario ampliare il team tecnico, Barbara allora era una programmatrice e decisi di farla diventare una tecnica. Con il tempo, grazie alla sua determinazione, è diventata una delle professioniste più preparate e complete con cui abbia mai lavorato. L’idea di collaborare è stata interamente sua, io ero più orientato a viaggiare in moto.

In che cosa consiste il progetto a cui state lavorando?

Il progetto iniziale era molto meno impegnativo di quanto immaginassi. Barbara scriveva articoli su LinkedIn e io davo seguito ai suoi contenuti rispondendo ai post. Visto il riscontro che Barbara stava ottenendo, abbiamo pensato di approfondire le tematiche trattate e ci siamo resi conto che esiste un reale interesse da parte delle persone nel voler capire e conoscere meglio questo settore. Da li è nato KIP studio che ha per primo obiettivo quello di trasmettere l’esperienza e la conoscenza accumulate negli anni.

A chi parlate?

A figure molto diverse tra loro: dal titolare d’azienda al tecnico, dallo stilista al programmatore di macchine rettilinee. L’intenzione è quella di diventare un punto di riferimento dove trovare risposte a situazioni concrete, dalla progettazione all’industrializzazione e alla produzione, dalla materia prima fino alla consegna del capo finito.

Quale la risposta del mercato alla vostra iniziativa?

Attualmente vedo una risposta promettente, l’interesse cresce e molte persone partecipano attivamente alle discussioni e agli approfondimenti che proponiamo.

In ottica futuribile, quali gli eventuali upgrade del progetto che vi immaginate?

Sicuramente corsi in presenza e progetti di proceduralizzazione, che rappresentano una delle più gravi lacune che ho riscontrato personalmente all’interno di molti maglifici. Spesso si tende a confondere l’esperienza personale del fare con il valore del know-how aziendale. Faccio sempre un esempio molto semplice, quale sarebbe il valore dell’azienda se venisse a mancare la persona più esperta? Quando il know-how appartiene all’azienda, il suo valore rimane. Il know-how è composto da procedure, processi, corretta raccolta dei dati, sistemi organizzativi e anche da persone capaci che ne aumentano l’efficienza. Quando invece tutto si basa esclusivamente sull’esperienza individuale e sulla logica del “abbiamo sempre fatto così”, il valore economico dell’azienda diventa più fragile e più precario.

Come sei arrivato a questa conclusione?

Avendo seguito per anni le produzioni, ho visitato maglifici in tutta Italia e in diversi Paesi dell’Est Europa, oltre che in Turchia, Hong Kong, Thailandia e Cina. Le strutture che dimostrano maggiore capacità nella gestione dei processi sono quelle realmente organizzate. Può sembrare una considerazione scontata, ma in realtà non lo è. In Italia molte realtà sono ancora gestite da bravissime tecniche e tecnici che lavorano senza sistemi gestionali, oppure utilizzandoli in modo non corretto. Da cliente di queste strutture, spesso non mi sentivo completamente tranquillo.

Veniamo alla collaborazione che ti vede firma di una rubrica del Tblog. Come sei entrato in contatto con Tollegno 1900?

Barbara è stata contattata direttamente tramite LinkedIn. Io conosco Tollegno 1900 dal 1990, da quando entrai in Imax, ma questa è una storia piuttosto lunga. Magari emergerà in qualche tema che analizzeremo nella rubrica “La Parola agli esperti”….

 

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